mercoledì 16 maggio 2012

C.B.

Pubblico qualcosa, diciamo un racconto.

Charlie Bayleaf sbavava per il cibo.
Letteralmente.
Grondanti umidità, le labbra fungevano da apripista a tutto ciò che la sua malsana ingordigia culinaria decideva di introdurre nel mastodontico ammasso di materia denominato corpo umano.
Oltre due quintali di morbido senso di colpa; e dire che di diete ne aveva provate una quantità esorbitante, senza mai riuscire ad arrivare integro alla fine della prima settimana.
Il suo problema? Solo una questione d'amore.
Quel sentimento di gioia, smodatamente positivo, che nessuno aveva voluto condividere con lui fin da bambino - quando ancora passava dalle porte – e che Charlie, conquistò sposando grassi saturi e carboidrati.
Da qualche anno trascorreva la vita in quel che aveva ribattezzato “il trono dell'obesità”: un vetusto divano due posti in alcantara che ormai conservava solo un ricordo del grigio canna di fucile donatogli dalla fabbrica. Al suo posto, si era insediata una patina marroncina, appiccicosa e granulare che contornava il vecchio Charlie di un'aura mistica, incoronandolo il re del soggiorno.
Quell'alone era il simbolo di tutto.
Sanciva in modo indignitoso la simbiosi creata tra i due, l'uno non poteva vivere senza l'altro. Non c'era nulla di più vero: l'eccesso di sporco, di rifiuti, di vecchie confezioni maleodoranti di cibo da fast food, di salviette detergenti ancora macchiate di sudore, contribuirono alla nascita di microrganismi che col tempo avevano collegato epidermide e stoffa.
Charlie trascorreva i tramonti lì, tra il fetore e la noia di una vita che non voleva cessare di esistere, benché riponesse abbondanti speranze nel colesterolo.
Morire, in realtà, non era un obiettivo primario; come non lo era dimagrire per tornare ad osservare il suo pene, da anni sepolto sotto anelli di adipe molliccia.
L'avvenimento che alzava il significato della sua vita di un punto sopra lo squallido, erano le 15.30 del mercoledì pomeriggio, quando Emily, la cassiera del supermercato era solita recapitargli la spesa.
Emily era una persona soffice; d'animo buono e pacato, con qualche rotondità generosa che bene armonizzava l'essenza del suo essere. Sorrideva con gli occhi, ancor prima di mostrare l'intimo delle labbra e Charlie, completamente soggiogato dal quel contatto settimanale con l'unico individuo che lo considerava ancora una persona, e non un putrido rifiuto sociale, finì per scoprire che in profondità, nascosto da qualche parte, ancora tuonava un muscolo cardiaco non totalmente isolato dai sentimenti.
Per lei e non per sé stesso, sia ben chiaro, valutò clinicamente l'ipotesi di mettersi a dieta, di tornare umano, di riappropriarsi di qualcosa che “il trono dell'obesità” gli aveva strappato via, regalandogli una sicura, dolce dipartita.
Prendendo coraggio e scostando il sottile tubo che dal naso portava ossigeno a quello che ormai rimaneva dei suoi esili polmoni, elargendogli un'autonomia di pochi minuti, esordì:” Da domani, coff coff, dieta! Non voglio mica finire dentro una bara extra large coff coff, calato nel terreno da una gru. Ho ancora un po' di dignità coff coff, io”.
La carnose labbra di Emily crearono un piccolo speco nel quale un timido sorriso faceva capolino, fino a spalancarsi completamente con l'intento di proferire parola:” Bravo, finalmente inizi a prenderti sul serio, non c'è domani migliore di oggi per iniziare qualcosa”.
La donna tirò fuori dai mobili della cucina - linda, intonsa, con i fornelli ancora immacolati come se mai nessuno ci avesse vissuto prima d'ora - due enormi sacchi neri e penetrò nell'animo del problema gettando in essi tutto ciò che di insano si trovava in quel soggiorno. I sacchi si riempirono in fretta, diventando obesi a loro volta, ma alla fine dell'operazione la sola cosa rimasta extra, era Charlie ansimante un timido grazie.
“Bene, per oggi è tutto. Da domani iniziamo seriamente: solo cibo sano, fibre, proteine e quanto di più bello madre natura ha da offrire. Niente cibi in scatola né precotti per un po'. Mi occuperò io di farti una spesa degna di essere chiamata tale. Tornerò domani con quel che serve”.
Galvanizzato dall'inaspettato interesse nei suoi confronti; un trasporto sincero, puro, che fluiva dalle movenze della cassiera, si arrese con serenità all'idea che perdere qualche chilo era probabilmente il primo passo per riacquistare l'autostima venduta, qualche anno prima, al mondo culinario.
La notte dava l'impressione di non voler affatto scorrere. I pensieri confusi navigavano disorganizzati tra le lente sinapsi che l'encefalo ancora gli permetteva: ”Devo rendermi presentabile per domani, non posso accogliere Emily in questo stato, ma come mi sono ridotto? Sono il ricordo di me stesso, un'enorme macchia scura che occupa tutto ciò che di buono vi è intorno. Ok, ok... calma. Domattina l'assistenza sanitaria è aperta, basta solo una chiamata e quelli arrivano e mi rimettono a nuovo”.
Con le idee chiare e un piano efficace per l'indomani, Charlie spalancò un pochino più del normale la valvola dell'ossigeno, garantendosi un sonno leggero e rilassato, nell'attesa del suo cambiamento.

Alle 8.35, puntuale come sempre arrivò Magda, l'operatrice sanitaria di turno quella mattina. Suonò a casa Bayleaf.
L'attimo necessario a rendersi conto del puzzo nei pressi dell'abitazione era la nemesi di tutte le operatrici, marchiate dello spiacevole compito di assistere l'uomo più imponente dell'intera cittadina. L'odore acre della muffa alle pareti, l'aria stantia che pareva immobile nelle stanze; scevra del rispetto di ogni legge fisica e il sapore di sporco, percepibile distintamente, erano un chiaro segno di come, a partire da quella mattina, la giornata sarebbe stata una coriacea sfida.
“Si parte sempre dalle parti più pulite!” fece con tono imponente la ragazza, attenta a sciogliere dalle dita di Charlie i rimasugli dell'abbondante e calorica colazione.
Le mani per prime. Seguirono braccia, collo e torace, che da solo richiedette oltre un'ora di agonizzante fatica. Quando giunse il momento fatidico, in cui Magda si rese conto che non gli restavano altro che pochi tranci di carne fetida nella parte inferiore del corpo, una fitta pungente si fece strada dallo stomaco e scalando il tratto gastrico venne soffocata, solo per rispetto, a pochi centimetri dall'inevitabile.
L'uomo non conosceva imbarazzo - rubatogli da adolescente all'ennesima presa in giro – ma era in grado di percepire, molto distintamente, il ribrezzo palesato nel volto dell'operatrice, che in quel frangente non lasciava spazio all'interpretazione.
“Passami il pannolone pulito dietro di te, poi vattene”. L'intenzione, fredda come la stanza baciata dal condizionatore, celava al suo interno il calore della protezione che Charlie tentava di regalare a Magda come ricompensa per il suo operato. La gentilezza non affondò il disagio e la ragazza camminò fuori col broncio e il pensiero che mai avrebbe più rimesso piede nell'appartamento.

Il tempo scorreva fiacco. Colpevole l'ansia di un appuntamento non schematicamente prestabilito: potevano trascorrere pochi minuti, qualche ora, un intero pomeriggio, oppure non arrivare mai. Mai, era ciò su cui il grassone si interrogava. La paura di una giornata vuota, come tante altre, ma allo stesso tempo molto diversa, lo faceva sudare nervosismo e proprio quando l'apice dell'inquietudine stava per mangiarlo vivo, lo scricchiolio della porta d'ingresso bloccò la fertilità delle sue ghiandole.
Emily era ormai a pochi passi dalla circonferenza che il divano, e il suo contenuto, occupavano, con due enormi buste di carta color testa di moro, colme salubrità: un arcobaleno di verdura e frutta di stagione, cereali, prodotti integrali e biologici, facevano capolino affacciandosi in una nuova idea di vita. Mancava una sola cosa, il Sacro Graal di ogni dieta: il diario alimentare.
In un balzo di sbadataggine la cassiera si era ricordata di averlo lasciato nella sua abitazione e non poteva cedere all'idea di cominciare un regime salutista senza il pezzo forte.
Nonostante l'insistenza di Charlie, nel considerare un pezzo di carta solo un pezzo di carta, Emily valutava per certa l'ipotesi di rimediare immediatamente alla distrazione. In fondo, casa sua distava appena mezz'ora di macchina e in un ora, o anche meno se il traffico si rivelava generoso, sarebbe stata di ritorno con tutti i tasselli del puzzle.
A nulla valsero i tentativi dell'uomo di fermarla e invaso da un coacervo di emozioni, accettò il perentorio ordine di lasciarla andare, accingendo, con infantile curiosità, al contenuto delle borse.

Cinquantadue minuti netti, erano un nuovo record per i piedi di Emily, finalmente di ritorno issando all'aria il pezzo di carta che non è solo un pezzo di carta.
“Charlie, sono tor...”
L'aria interruppe il suo flusso.
Nero.
Tensione.
Spasmi immobili.
Gelido ad agosto.
Sensazioni taglienti come cristalli.
Il ritorno non aveva più senso.
Charlie era cambiato: la cianosi che dalle dita si arrampicava fin sull'avambraccio, si sposava perfettamente con le ecchimosi presenti sul collo che, a loro volta, sfumavano in un ceruleo pallido su tutto il volto. Gli occhi erano spenti.
A marcare il contrasto con la svolta azzurra del signor Bayleaf, era solo una piccola sfera di un verde tenue, incastrata all'ingresso dell'esofago, che custodiva gelosamente gli organi interni. Un acino d'uva sigillò per sempre l'aria all'interno.
Ciò che stupii Emily oltre ogni modo, non era la morte né il concetto di essa, ma l'espressione del volto dell'uomo. Quasi rasserenato, da una morte ipocalorica.

domenica 13 maggio 2012

Non ho un titolo efficace.


Distruzione delle istituzioni mentali.
Scardinare le giornate senza vincoli né svincoli utili.
Non è ciò che avevo scelto, ma ciò che ho guadagnato.
Sopperire l'ansia sotto coperte profumate di marcia speranza.
Il tempo all'interno di un Anacoluto, l'interruzione sistemica dei paradigmi mentali: sconnesse situazioni dagli esiti bizzarri.

Ho osservato il sole in un giorno di pioggia, quando l'occhio non si spaventa.
Senza l'ansia di venir deturpato, sfregiato dal passaggio dell'acqua, rimane stoico nonostante gli anni che si porta appresso, si scruta con invida,
bramando la fermezza di chi sa, che l'indomani non sarà nulla oltre un numero insignificante.

Il cambiamento è necessario quando è il mondo a chiederlo.
Le sue leggi piegano il sole e spezzano l'uomo.
La vita continua anche invertendo il ritmo, non lo fa interrompendolo.

Proseliti, schifosi e luridi, marciano in ginocchio saggiando pozzanghere piane, nell'attesa di crepare per la troppa aura.


martedì 8 maggio 2012

Perché non muori?

Seriamente... perché non moriamo più?
Cosa ci porta a voler vivere oltre l'alba dei settant'anni?
Chi ci ha fatto credere che non c'è un tempo - ideale - per morire?
Quello scandito dalla falce, è il tempo per morire; ma se continuiamo a spostarlo, rischiamo di fargli perdere importanza, prestigio e significato intrinseco.
Basta con le cure miracolose, la voglia di sentirsi giovani con più denti finti che ossa sane... smettiamo di curarci e ricominciamo a morire. Sereni.

Vita mia, a noi due!




Dio è morto.



Dio è morto.
Recise le sue arterie
cristalline dai polsi adamantini
perché ormai era stanco dello scempio che aveva creato.

Dio è morto.
Ma volle rimediare,
inviò sulla terra sua figlia,
alla quale fece avere una costola come
randello per combattere l'umanità.

Orgogliosi del sacro vessillo imperversarono tra la gente:
neri, ebrei, omosessuali...
non fecero distinzione alcuna,
perché tutti meritavano la redenzione,
tutti dovevano morire.

Dio è morto.
Da lì nacque la ragione.
Pensieri brillanti,
sedimentati in cerebri dormienti si svegliarono.
Risposero al randello divino con: scimmie, profilattici e Margherita Hack. Metri si sangue, litri di fede e chilogrammi di scienza, mescolati nella più brutale delle battaglie, senza ne vinti, ne vincitori.
Dio è morto.
Noi dobbiamo salvarlo.

Dio è morto.

Uno sguardo verso il cielo, l'odore acre dell'aria.

Cos'è lo Zenit non sto a spiegarlo.
Il motivo per cui ho aperto un diario virtuale, neppure.
Chi sono e cosa annovero tra i miei interessi, neanche.

Perché ho aperto un blog?
Noia ed egocentrismo sono due ottime ragioni; più la seconda in realtà, visto che annoiarsi è un lusso che di questi tempi è difficile permettersi.


«Olà uomini!» gridò un giorno Diogene. Subito lo circondò una massa; ma egli la percosse con un bastone, dicendo: "Uomini chiesi, non merde".